I “passi” di Famiglie Insieme
nel 2024-2025
Le famiglie cristiane
L’incontro è stato introdotto dal canto “Manda il tuo Spirito” e dalla lettura del Salmo 118 (119) 97-104.
E’ seguita poi la lettura del brano del vangelo Lc. 2,41.50
I suoi genitori si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.
Scese dunque con loro e venne a Nazareth e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.
Nel seguito sono riportati gli appunti di alcuni interventi che sono poi seguiti.
Vediamo la famiglia di Nazaret in un modo molto irreale. Qui invece è molto reale. In questo brano appare come una famiglia sconclusionata.
Angosciati è una parola forte, una sofferenza forte.
Molte famiglie vivono la dispersione e l’angoscia della mancanza. Questa differenza ha fatto parte della famiglia di Nazaret.
Pensiamo al primo giorno in cui Gesù non tornò a casa per iniziare la sua missione. In Marco c’è un episodio: i suoi andarono a prenderlo perché dicevano è fuori di sé.
È il dramma di parecchie famiglie. La famiglia soffre per le situazioni difficili. La famiglia di Nazareth ha subito angosce simili.
Le parole di Gesù in questo brano sono le prime parole di Gesù nel vangelo: “perché mi cercavate”.
Il poeta Gilbran dice: “ i figli sono nostri ma non sono nostri”.
In ogni persona c’è un progetto di Dio. Gesù non esiste solo per Maria e Giuseppe ma per l’umanità.
Spesso non ci ritroviamo con le scelte dei nostri figli e non è facile accettare quello che capita nelle vite dei nostri figli.
Nella comunità di Spello dei piccoli fratelli è stato sempre un tema attuale “vivere il proprio Nazaret” che significa capire come vivere la propria banalità.
I nostri figli a volte fanno scelte diverse da quelle che ci aspetteremmo. Sono scelte che, anche se accettate, lasciano l’amaro in bocca.
In un ciclo di conferenze del teologo Luigi Santopaolo sulle famiglie nella Bibbia viene sottolineato il profondo legame tra Maria e Giuseppe guardando proprio il momento di difficoltà che ha Giuseppe all’annuncio della gravidanza di Maria. La prima reazione è di “ripudiarla nel segreto”. Questa scelta è molto importante perché, nelle leggi dell’epoca, scrivere un atto di ripudio pubblico significava condannare la donna alla lapidazione. Ma, sottolinea Santopaolo, Giuseppe fa una scelta diversa perché vuole bene a Maria e la prima cosa importante è quella di preservarle la vita. Poi verrà, nella visione dell’angelo, l’accettazione del suo ruolo come padre di questa “strana” famiglia.
Ecco che ci viene presentato un modello di amore coniugale che va al di là degli avvenimenti e delle difficoltà che possiamo incontrare.
Cerco di capire le cose e in qualche caso giustificare le scelte dei figli attribuendo loro una scelta responsabile e di coerenza. Ed anche a me viene da dire “non capiamo”.
Ci facciamo uno schema mentale. Mettiamoci nella cultura del tempo per cercare di capire cosa hanno vissuto queste tre persone della famiglia di Nazaret.
Anche oggi molti fattori non rientrano in quelle che sono le nostre categorie mentali.
La santità passa attraverso tante realtà umane.
Dobbiamo rompere gli schemi che ci hanno chiuso relegandola nostra fede in una religione.
La santità è da ricercare nel rapporto che queste tre persone vivono con Dio. Ringrazio Dio che ci propone questa storia ogni giorno.
Guardiamo ai problemi grossi della famiglia, agli avvenimenti dei nostri giorni. Dobbiamo ridimensionare i nostri giudizi. Dobbiamo farci vicini ed affidarci.
È bello vedere le debolezze di questa famiglia che consideriamo perfetta. Si mettono di fronte al mistero e accettano di non comprendere. C’è una disponibilità ad accettare la situazione. Dobbiamo considerare queste debolezze ed accettarle. Di fronte a scelte contrarie alla nostra veduta dobbiamo dire “io c sono” per essere pronti a dare una mano.
Le posizioni drastiche non sono perseguibili; occorre accettare anche senza comprendere.
La famiglia di Nazaret è il modello che dovremmo seguire.
In famiglia è difficile trovare un accordo tra genitori e figli. Abbiamo vissuto un momento difficile per sostenere le nostre convinzioni, abbiamo lottato anche se non ci siamo riusciti. Ma penso che questo occorra fare.
Maria meditava… essi non capirono…
Loro in ogni caso sono lì pronti per essere presenti. Maria c’è all’inizio ed alla fine della vita di Gesù.
A lezione che ci danno è essere presenti anche senza capire per far parlare il cuore per l’amore che portiamo ai nostri figli.
L’incontro è iniziato con la lettura del vangelo di Luca cap. 11, 1-13.
Poi è proseguito con la lettura di un brano di Pasquale Foresi che riportiamo nel seguito:
Il pregare non consiste, propriamente, nel fatto di dedicare qualche tempo, durante il giorno, alla meditazione o nel leggere qualche brano della Sacra Scrittura o di testi di santi, e nel cercare di pensare a Dio o a sé stessi per una nostra riforma interiore. Questo non è il pregare nella sua essenza. Così pure la recita del rosario o delle preghiere del mattino e della sera. Una persona può fare queste cose durante tutto il giorno e non aver mai pregato un minuto. Il pregare, per essere veramente tale, esige innanzitutto un rapporto con Gesù: andare con lo spirito al di là della nostra condizione umana, delle nostre occupazioni, delle nostre preghiere, pur belle e necessarie, e stabilire questo rapporto intimo, personale con lui. È indispensabile che facciamo la straordinaria scoperta che Gesù ci ama e ci chiama. Che cos’è in fondo la vocazione? È stata chiaramente descritta nella forma più bella nell’incontro di Gesù col giovane ricco. Dice il Vangelo di Marco: Gesù, guardandolo, lo amò e gli disse: lascia tutto quel che hai… poi vieni e seguimi (cf. 10,21). Gesù ha questo sguardo per ciascuno di noi e ci ama, e noi sentiamo questo suo amore e possiamo scegliere di seguirlo. La vita di preghiera, nella sua essenza, consiste nel mantenere questo rapporto filiale e fraterno con Gesù tutto il giorno, tutti i giorni. La preghiera è un rapportarsi con lui e un silenzioso ascoltare quello che ci dice. La forma sostanziale Questo rapporto tra noi e Gesù si instaura se riusciamo a compiere la scelta di Dio, che consiste nel mettere lui al primo posto di tutta la nostra esistenza, in tutte le nostre azioni. Allora le preghiere possono diventare preghiera, la forma sostanziale di preghiera, poiché in essa si esprime profondamente l’essere umano nel suo rapporto con Gesù. I modi possono essere tanti. Un tipo di preghiera mentale è la meditazione, che si fa seguendo vari metodi. Uno dei più semplici è la lettura lenta e meditativa della Sacra Scrittura o di scritti di santi. Ma al di là del metodo con cui è fatta, la meditazione deve essere una occasione per trovare un momento di quiete, di tranquillità con Gesù. Può darsi che durante questo momento ci vengano alla mente delle preoccupazioni. Allora ne parliamo con Gesù, dicendogli: Pensaci tu, io non posso far niente, posso solo parlarne con te. E questa potremmo chiamarla preghiera di domanda. Ma nella sua sostanza, anche quando è di domanda, la preghiera è sempre di abbandono: anche quando chiediamo qualcosa, ci abbandoniamo a quello che Gesù vuole; se ci sono delle esperienze dolorose, nella nostra vita o in quella delle persone care, ne parliamo a lui con tranquillità, perché sappiamo che ci ama e ama tutte le persone molto di più di quanto possiamo fare noi. Certo, la preghiera più bella è quella di chi sa che Gesù conosce i nostri problemi, le nostre difficoltà, le cose di cui abbiamo bisogno (dice il Vangelo: Il Padre sa già ciò di cui avete bisogno: cf. Mt 6,8), e si abbandona appunto a parlare a Gesù in uno stato di donazione, di totale consegna di sé, di gioia dell’incontro che si può avere con lui. È un dire a Gesù, e in lui alla Santissima Trinità: ecco, tu sai tutte le difficoltà che ho, tu sai le mie miserie, la mia poca fede, tu conosci le mie mancanze, i dolori e le difficoltà che incontro nella vita: adesso voglio stare con te e contemplarti. Il ritorno a casa È il momento nel quale si esce da tutta una realtà contingente che ci affatica e ci addolora, per essere a contatto con lui, per trovare lui, per vivere nella nostra casa. La casa di ciascuno di noi infatti è la Trinità, il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo, e in loro Maria e tutti i santi. E noi che viviamo immersi in un mondo che ci sembra reale, ma è invece apparente, finalmente ritorniamo a casa, nel nostro vero mondo, il mondo della Trinità. La preghiera è il momento più bello della nostra vita terrena poiché viviamo in quel momento insieme col Padre, il Figlio, lo Spirito Santo, con Maria, in maniera cosciente. Questa contemplazione non vuol dire evasione dalla vita concreta; ma è la vera vita, per la quale possiamo affrontare cristianamente la realtà concreta di tutti i giorni, con i suoi scacchi, le sue tribolazioni, la stanchezza fisica e nervosa, con tutti i problemi, che posso e so affrontare proprio perché ho vissuto finalmente per un po’ di tempo, per mezz’ora, nella meditazione, la mia vita vera: questo colloquio con Gesù. Il silenzio interiore In questo incontro egli mi parla; e spesso è difficile saperlo ascoltare, perché siamo frastornati dal rumore delle cose di ogni giorno che tentano di insinuarsi anche in questo spazio di tempo dedicato alla contemplazione. Ma dobbiamo abituarci ad ascoltarlo, perché lui ci parla sempre. Non si tratta di realizzare un silenzio esteriore quanto di avere il silenzio interiore, cioè il dominio (relativo sempre alla nostra condizione umana) di tutte le nostre passioni (nel senso non solo negativo del termine), di tutte le nostre agitazioni, di tutti i tumulti psicologici interni: è un essere andati al di là di tutto questo per ascoltare Gesù che ci parla. La sua voce è sottilissima. Occorre veramente un silenzio interiore per coglierla (e la meditazione ci offre l’occasione per un silenzio esteriore, che è simbolo di quello interiore necessario per ascoltare Gesù). Egli ci dice sempre cose fondamentali. Ci dice, quando siamo affannati, turbati dai vari problemi della vita: Non temete, sono io. Ci dice: Non temete, io ho vinto il mondo. Ci dice: Io sono con voi. Gesù presenta se stesso come modello, la sua vita come modello per la nostra. Una vita fatta anche di successi umani, di miracoli, ma conclusa con un apparente fallimento totale, sulla croce. I romani non sapevano neppure chi fosse; dei suoi correligionari, gli israeliti, alcuni pensavano che fosse Elia o un altro profeta… E quando noi gli diciamo: Gesù, mi è andata male questa cosa, mi sta andando male quest’altra, egli ci risponde: Io ho gridato: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?. Questa è la meta che ti presento. Al resto ci penserò io; non è importante il successo o l’insuccesso, l’importante per te è mantenerti in questo rapporto con me. Questi sono solo alcuni esempi di quello che il Signore ci dice per portarci al di là della quotidianità della nostra esistenza, per farci vivere nel mondo eterno. E talvolta fa anche miracoli, in questo colloquio che possiamo avere con lui. Chi non ricorda, a questo proposito, l’episodio della donna che perdeva sangue ed era in mezzo ad una folla che non le permetteva di raggiungere Gesù per chiedergli di guarirla? Questa donna pensava: Se io potessi almeno toccare la stoffa della sua veste, sarei gua- rita. Si fa dunque avanti e riesce a toccarla con fede, con amore, e viene guarita. E Gesù sente una forza che da lui è uscita e dice agli apostoli: Chi mi ha toccato?. Gli apostoli gli rispondono: Signore, siamo in mezzo ad una calca di gente e tu domandi chi ti ha toccato? (cf. Me 5,25- 31). Tanti lo avevano pregato, ma una sola aveva trovato il modo di parlargli, aveva trovato la preghiera, e Gesù aveva sentito che una forza si era sprigionata da lui per quella preghiera umile, silenziosa, piena di fede e di abbandono. La preghiera che ci trasforma Se preghiamo con questa fede, gli altri ci troveranno sereni, perché abbiamo una pace che va al di là delle sofferenze, che pur patiamo come tutte le persone di questo mondo. E sentono la gioia di stare con noi, quella gioia che Gesù dice che il mondo non sa dare, perché portiamo nel nostro cuore un pezzettino di quel Cielo nel quale abbiamo vissuto durante il tempo della preghiera. Tutto il mondo è assetato di Dio, e se noi non riusciamo a dissetarlo è perché gli diamo soltanto delle parole nostre, che parlano di Dio. Invece il mondo ha bisogno di Dio, anche senza le nostre parole e anche senza che si parli di lui. Riusciamo a ciò se nell’ascolto della chiamata di Gesù rimaniamo in un continuo colloquio con lui. A volta oggi c’è una svalutazione della preghiera vocale, perché si ritiene che quella intellettuale sia più importante. Invece quel che importa è il rapporto con Dio, che posso trovare e nella preghiera mentale e in quella vocale, nelle giaculatorie, nel rosario, in tutte le forme di pietà più popolari e semplici, troppo semplici per la nostra superbia, ma tutte occasioni, in realtà, per avere un rapporto con Dio. Un rapporto che, naturalmente, non nasce nella preghiera se non nasce nella vita. Cioè non si può pregare se non si ha una vita impostata completamente su Dio. La realtà più bella Se abbiamo questo rapporto autentico con Gesù, la preghiera diventa la cosa più bella e più viva della giornata. Diventa per noi una fonte di acqua viva, come Gesù dice: Chi crede in me, nasceranno da lui torrenti d’acqua viva (cf. Gv 7,38). Il nostro atteggiamento dev’essere di pace radicale e totale: dobbiamo riuscire ad avere quella pienezza umana che solo Dio ci può dare, e che irradia la pace e la serenità intorno a noi. Per questo – ripeto – il pregare è il momento più bello della nostra giornata; perché è l’unico momento nel quale ritorniamo a casa: usciamo lentamente dal mondo che ci circonda, pur rimanendo sempre immersi nel mondo; è il momento nel quale parliamo con Gesù, abbiamo questo rapporto con lui. Un parlare che non è fatto di parole, come egli dice: Quando pregate dite poche parole (cf. Mt 6, 7). È un rapporto di amore profondo, di domanda profonda, di abbandono profondo al Padre, tramite il Figlio, nello Spirito Santo, con l’aiuto di Maria che – come alle nozze di Cana – si esprime per noi quando noi non sappiamo farlo. Questa è la nostra vera vita. Noi siamo stati chiamati a vivere nel seno del Padre. La nostra vera chiamata è seguire Gesù e vivere in questa famiglia divina. La preghiera non è altro che il parlare in casa, nella nostra vera casa. Questa vuole essere e deve diventare la nostra preghiera. E lo diventa sicuramente se nella nostra vita viviamo totalmente per Dio.
E’ seguito quindi un dibattito sull’argomento.
La preghiera come la definisce C.M. Martini è “Qualcosa di così personale”. Nella storia c’è stata una tendenza al numero, a dire tanto (p. es. in una mattinata tutto il salterio). Oggi c’è la tendenza a fare una ricerca di una sola frase che scenda nel cuore.
Ci vuole un atteggiamento contemplativo nella preghiera. Si impara ogni giorno a pregare perché è un progresso continuo.
Scegliere una preghiera, una singola frase, che meditata con attenzione ci fa entrare in una diversa dimensione.
Bisogna anche essere capace di adattare le preghiere tradizionali alla propria necessità perché la preghiera non diventa monotona e definitiva.
Pregare è sentirsi amati da Dio. Ognuno ha la sua preghiera, ognuno vive la propria preghiera.
In tutto quello che facciamo se mettiamo Dio al primo posto possiamo entrare in relazione con Lui.
Leggere soltanto il brano del vangelo del giorno forse fa mancare la relazione con Dio e può diventare solo un approfondimento.
Cerco il rapporto con Gesù molte volte nel corso della giornata. Sento che deve diventare un incontro con una persona reale.
Cerco di far parlare Lui. Far parlare Lui non diventa ripetizione di formule. Per far questo, per ascoltarlo occorre fare tacere la nostra voce, fare silenzio dentro di noi.
Occorre cercare un rapporto reale e non spirituale.
L’aiuto di Maria è fondamentale perché lei può arrivare dove noi non possiamo arrivare. Lei chiede per noi.
Io cerco di vivere quello che abbiamo letto ma spesso mi fermo.
Alcune volte parlare con le immagini che ho in casa mi aiutano a rendere reale il rapporto con Lui.
Mi ha colpito la differenza tra “le preghiere” e “la preghiera” ed è un punto di arrivo giungere a questa intimità con il Signore.
Io mi rendo conto che faccio preghiere; la preghiera fatta bene è la testimonianza di una fedeltà.
Vedo nei mussulmani una testimonianza di una fedeltà anche nella posizione fisica.
Nelle nostre comunità non c’è questo fervore.
La preghiera di contemplazione è difficile. Nella giornata di preghiera ci sono persone che dedicano del tempo per adorare il Signore perché sia preghiera e non devozione.
Un padre della chiesa dice che è preghiera non dire “Aiutami a fare la tua volontà” ma è “fare la tua volontà”.
Papa Francesco ha nel suo studio la statua di san Giuseppe dormiente ed a lui affida le richieste che riceve. La preghiera è affidarsi nelle manidi Dio senza pretendere la sua risposta.
portiamo ai nostri figli.
L’incontro è iniziato con la recita del salmo 24 e la lettura del brano della lettera di san Paolo ai Romani (cap. 13, 8-14) ed il salmo 24(25).
Quindi è cominciata la presentazione della vita di S. Agostino e S. Monica per poi proseguire con una discussione.
Nel IV secolo d.C. l’impero romano era nel pieno del fulgore ma cominciava la decadenza. In questo secolo la religione cristiana da che era perseguitata dall’impero diventa sempre più importante con la libertà di culto nel 313 (editto di Costantino).
Costantino subì l’influenza di sua madre, S. Elena.
Nel 331 nasce Monica a Tagaste, nell’attuale Algeria. Nasce da una famiglia benestante e molto giovane va sposa a Patrizio, uomo irascibile che Monica riesce a convertire con la sua tenacia.
Agostino nasce nel 354. Monica, vedova, riesce ad allevare i suoi tre figli. Agostino però in età giovanile di venta dissoluto ed a solo 18 anni ha un figlio da una sua ancella. Agostino aderisce all’eresia manichea che affronta le questioni con un tono bianco/nero senza nessuna gradazione. Era quindi al di fuori della fede cristiana ed entra in conflitto con la madre che lo caccia di casa.
Insegna per 7 anni ma senza soddisfazione; infatti decide di partire per Roma. Monica lo vorrebbe seguire ma Agostino fa in modo di partire da solo.
Nel 380 l’imperatore Teodosio proclama il cristianesimo religione di stato, cioè l’unica religione che si può professare.
Agostino ha in questo periodo una malattia che gli provoca un cambiamento totale nel suo atteggiamento fino a portarlo alla confessione. Spostatosi a Milano incontra Simpliciano ed Ambrogio che influenzano molto la fede di Agostino.
Nel 385 Monica raggiunge Agostino a Milano e nel 387 Agostino riceve il battesimo arrivando ad una completa conversione.
Ambrogio dice di lui: “Non è possibile che il figlio di tante lacrime perisca!”
Agostino sceglie la castità ed inizia ad interessarsi del monachesimo ma lo trasforma però in una comunità cenobita perché vuole che si viva in comunità con povertà, obbedienza e castità.
Maturata sempre più la sua fede e la sua sapienza decide di tornare in Africa per fondare un monastero.
Si fermano ad Ostia insieme a Monica per approfondire ancor più la sua fede.
Monica muore ad ostia nel 387.
Agostino torna in Africa a Tagaste e forma una comunità basata sulla comunione di beni.
Si trasferisce ad Ippona e per volere popolare diventa prete. Scrisse una regola che è stata adottata nel IX secolo dalle comunità regolari.
Nel 397Agostino diventa vescovo di Ippona ancora una volta per desiderio popolare. Da questo momento Agostino scrive molte opere di approfondimento tale da essere considerato e proclamato dottore della Chiesa.
Nel 429 arrivano i Vandali, popolo barbaro, che assediano anche Ippona. In questo periodo si ammala fina ad arrivare alla morte nel 430.
Il corpo fi traslato a Cagliari per salvarlo dalla distruzione dei barbari e da lì Liutprando lo riscatto portandolo a Pavia dove è custodito tuttora.
La storia di S. Monica
Questi personaggi ci sono molto vicini. Agostino è l’emblema dei giovani di oggi, ribelle alla madre.
E’ anche un modello di chi, anche combinando molti guai, Dio ha per lui un cammino.
Agostino ha avuto una conversione così forte frutto delle lacrime della madre. “Tardi ti amai, bellezza infinita” dice Agostino.
La sua conversione è un monito per noi di andare dietro a Dio quando Lui ci chiama.
Monica piace molto alle donne perché aveva tenacia e mitezza. Aveva una fede incrollabile. Di fronte a tutte le difficoltà, la sua fede non si arrende.
Ha avuto la grazia di accogliere Dio. Quante lacrime le mamme versano per i figli. Ci insegna anche a non avere aspettative. In questo è maestra di fede. Insegna la virtù della pazienza alle madri di oggi, aspettando proprio con pazienza il cambiamento del figlio.
I nostri figli sono prima figli di Dio e poi nostri. E quindi su ognuno Dio ha un progetto di amore.
Monica ci aiuta ad uscire dagli schemi. Ha capito di dover stare accanto al figlio senza invadere. Monica ci insegna la preghiera.
Chiara Lubich dice di lei: “Sede della sapienza e madre di casa”.
Papa Francesco la definisce “donna di preghiera da imitare”.
Monica è patrona delle spose e della madri.
L’incontro è iniziato con il canto “Manda il tuo spirito” e la lettura del brano del vangelo Mt (cap. 18, 21-35).
Quindi è cominciata la presentazione della vita di S. Rita per poi proseguire con una discussione.
Vita di S. Rita
Nacque a Roccaporena di Cascia (Perugia) nel 1381 da una famiglia di “pacieri”, una famiglia cioè che aveva il compito di mettere pace tra le famiglie vicine. Il suo nome era Margherita Lotti.
Nacque da una mamma anziana. La sua infanzia è segnata da eventi miracolosi. Da piccola, portata in una cesta fu circondata da api ma non fu unta. Intanto un uomo con un braccio ferito fu guarito scacciando le api.
Si ispira a S. Tommaso, S. Giovanni Battista e Nicola da Tolentino, canonizzato poi nel 1446.
I genitori la diedero in sposa ad un personaggio violento. Ebbe quindi una vita matrimoniale difficile ma riuscì a placare il marito. Però i compagni di misfatti del marito, si insospettirono di questo cambiamento e o uccisero.
Ebbe due figlie pregava intensamente affinché i figli non fossero anche loro violenti, arrivando addirittura a preferire di perderli.
La sua preghiera ebbe seguito perché i figli morirono. Rimasta sola accettò tutti gli eventi violenti della sua vita.
S: Rita è infatti l’esempio della pace, della riconciliazione, del perdono e del sacrificio.
Da un commento trovato sul web di Antonio Borrelli:
Io sono del Sud Italia e in alcune regioni, esistono realtà di malavita organizzata, ma in alcuni paesi anche faide familiari, proprio come al tempo di s. Rita, che periodicamente lasciano sul terreno morti di ambo le parti. Solo che oggi abbiamo sempre più spesso donne che nell’attività malavitosa, si sostituiscono agli uomini uccisi, imprigionati o fuggitivi; oppure ad istigare altri familiari o componenti delle bande a vendicarsi, quindi abbiamo donne di mafia, di camorra, di ‘ndrangheta, di faide familiari, ecc. Al contrario di santa Rita che, pur di spezzare l’incipiente faida creatasi, chiese a Dio di riprendersi i figli, purché non si macchiassero a loro volta della vendetta e dell’omicidio. Santa Rita è un modello di donna adatto per i tempi duri. I suoi furono giorni di un secolo tragico per le lotte fratricide, le pestilenze, le carestie, con gli eserciti di ventura che invadevano di continuo l’Italia e anche se nella bella Valnerina questi eserciti non passarono, nondimeno la fame era presente. Poi la violenza delle faide locali aggredì l’esistenza di Rita, distruggendo quello che si era costruito; ma lei non si abbatté, non passò il resto dei suoi giorni a piangere, ma ebbe il coraggio di lottare, per fermare la vendetta e scegliere la pace. Venne circondata subito di una buona fama, la gente di Roccaporena la cercava come popolare giudice di pace, in quel covo di vipere che erano i Comuni medioevali. Esempio fulgido di un ruolo determinante ed attivo della donna, nel campo sociale, della pace, della giustizia.
Fu nella parte finale della sua vita molto attiva a fare da paciere e si guadagnò grande fama.
Dopo la perdita del marito e dei figli, rimasta sola si dedicò alla preghiera specialmente per quelle persone che alimentavano odio.
Le suore domenicane non vollero accettare la sua candidatura temendo per la loro vita.
Ebbe un miracolo perché fu trasportata nel convento miracolosamente e così fu accettata dalle monache.
Fu una monaca attenta e dedita alla preghiera ed alla carità.
Su incarico della madre badessa incominciò ad innaffiare un albero secco che in breve rifiorì e la leggenda racconta che quell’albero è ancora rigoglioso.
Nella notte del venerdì ricevette una stimmate di una spina di Cristo. La ferita si chiuse nei giorni in cui partì in pellegrinaggio per Roma per la santificazione di S. Nicola da Tolentino.
Ci fu un ulteriore prodigio poco prima della morte. Chiese fichi e rose dal suo giardino in un periodo non adatto ma la vicina invece le trovò.
Nel momento della sua morte la campane iniziarono a suonare.
Il suo corpo fu circondato da api che continuarono a vivere nel convento in cui lei aveva vissuta.
Il messaggio di S. Rita sulla non violenza è molto attuale. Non solo pace ma anche vivere con gioia le sofferenze che incontriamo.
Il Card. Semeraro riferendo quanto Giovanni Paolo II disse ai devoti di Santa Rita ricevuti nel maggio 2000: “Il Signore ha conferito a Santa Rita la grazia di portare nel cuore e sulla fronte in segno dell’amore e della passione di Cristo. Il segno della spina, al di là della sofferenza fisica che le procurava, fu in Santa Rita come il sigillo delle sue pene interiori; più ancora, però, fu la prova della sua diretta partecipazione alla Passione del Cristo. La stigmate che brilla sulla sua fronte è l’autenticazione della sua maturità cristiana. Sulla Croce con Gesù, ella si è in certo modo laureata in quell’amore, che aveva già conosciuto ed espresso in modo eroico tra le mura di casa e nella partecipazione alle vicende della sua città”
È stata una donna, moglie, madre, vedova, monaca, vivendo tutte le condizioni di una donna, sempre con gioia.
Ci troviamo davanti la vita di una santa. Le notizie storiche sono scarne. Le lotte che esistevano coinvolgevano molte persone compreso il marito che rimase vittima di queste lotte.
Il marito ucciso, per il modo di pensare dell’epoca, doveva essere vendicato, ma S. Rita abbandonò questa strada non senza difficoltà.
Rita è esaltata per il suo senso di misericordia. Nella nostra società non c’è solo rancore ma anche vendetta, che specialmente nelle nostre zone è molto forte.
Rita nasce e cresce in un contesto di paciere perché la sua famiglia aveva già questo compito.
Molte leggende sorte intorno alla sua figura forse hanno ritardato un riconoscimento della sua santità che avvenne solo il 24 maggio 1900 quando papa Leone XIII la canonizzò solennemente.
CARLO ACUTIS nacque a Londra il 3 maggio 1991 da Andrea, esponente dell’alta borghesia di Torino, e Antonia Salzano. La coppia si era sposata l’anno prima e viveva nel Regno Unito per motivi di lavoro del padre. La mamma casalinga svolgeva attività di catechista.
Il bambino fu chiamato come il nonno paterno. Andrea Acutis sempre per lavoro si trasferì con la famiglia a Milano dove Carlo frequentò la scuola elementare, media e liceo classico e accanto al percorso scolastico frequentò regolarmente le attività della parrocchia preso la chiesa di Santa Maria Segreta-
Fin da piccolo fu caratterizzato da una fortissima fede cattolica, presente in ogni aspetto della sua vita e si accostò alla prima comunione all’età di sette anni, in anticipo rispetto alla prassi, grazie ad un sacerdote che lo ritenne pronto al riguardo. La sua devozione, rivolta in particolare all’Eucarestia che chiamava LA MIA AUTOSTRADA PER IL CIELO e alla Madonna, lo portava quotidianamente a partecipare alla messa e a recitare i rosario. Oltre ad avere gli interessi tipici di un adolescente degli anni 2000, si adoperava per aiutare chiunque incontrasse e si dimostrava gentile e comprensivo con tutti.
Tra le sue grandi passioni c’era l’informatica, della quale si serviva per divulgare e testimoniare la fede attraverso i siti web; per questo motivo da quando è stato beatificato, viene ipotizzato dai media come possibile patrono di internet. Ideò ed organizzò una mostra on-line sui miracoli eucaristici nel mondo. Tale mostra, che può essere ospitata dalle parrocchie che ne fanno richiesta, ha fatto tappa in tutti e cinque continenti ed è stata installata in quasi 10.000 parrocchie negli stati Uniti e nel resto del mondo in centinaia di parrocchie e santuari come Fatima, Lourdes e Guadalupe.
Nel 2006 all’età di 15 anni, venne improvvisamente colpito da una leucemia fulminante, e solo dopo tre gg dalla diagnosi morì presso l’ospedale San Gerardo di Monza; prima di morire dichiarò di voler offrire le sue sofferenze per il Papa e la Chiesa e promise alla madre che le avrebbe dato molti segni della sua presenza. Infatti la madre in seguito ha dichiarato di avere avuto visioni del figlio e che gli avrebbe promesso che avrebbe avuto altri figli come infatti successe nel 2010 quando sono nati i gemelli Michele e Francesca Acutis che hanno seguito l’esempio del fratello sviluppando la fede religiosa. Fu sepolto, come aveva espressamente richiesto, nel cimitero di Assisi, dove rimase fino alla traslazione nel Santuario della Spogliazione, nella stessa città, dove si trova dal 6 aprile 2019.
Il 24 novembre 2016 si è chiusa la fase diocesana del processo di beatificazione.
Il 5 luglio 2018 è stato dichiarato venerabile da papa Francesco. Con questo titolo la chiesa riconosce che Carlo ha vissuto in modo eroico le virtù cristiane.
Ai fini della beatificazione la Chiesa cattolica richiede il riconoscimento di un miracolo per intercessione. Nel caso di Carlo è stata ritenuta miracolosa la guarigione di Matheus, un bambino brasiliano di sei anni affetto da pancreas anulare, una rara malattia anatomica congenita del pancreas, evidenziata da un esame clinico il 2012 che avrebbe potuto essere corretta solo con intervento chirurgico. Il 12 ottobre 2013, giornata del settimo anniversario della morte di Carlo, nella chiesa brasiliana di San Sebastiano era in corso una benedizione con una reliquia di Acutis, nello specifico un pezzo del pigiama macchiato di sangue con cui egli aveva dormito prima di morire. Matheus, a causa della sua malattia, non era soggetto a regolare sviluppo fisico e vomitava qualsiasi cosa mangiasse. Quando fu il suo turno di toccare la reliquia su suggerimento del nonno chiese la grazia di non rimettere più; da quel giorno il fenomeno cessò e, sottoposto a una serie di esami diagnostici, la malformazione risultava scomparsa e il pancreas appariva normale. La guarigione ISTANTANEA, COMPLETA E DURATURA è stata ritenuta INSPIEGABILE dalla Consulta Medica della Congregazione delle cause dei santi che ne riconobbe il miracolo per intercessione.
Il 23 maggio 2024 papa Francesco ha autorizzato il riconoscimento di un secondo miracolo. Il Miracolo in questione riguarda Valeria Valverde una ragazza nata in Costa Rica il 2 maggio 2001 e studentessa a Firenze dove il 2 luglio del 2022 riportò un gravissimo trauma cranico a causa di una caduta in bicicletta, venendo operata e ritrovandosi in condizioni giudicate dai medici estremamente critiche; dopo che la madre Liliana ebbe pregato sulla tomba del beato Acutis chiedendone il miracolo, dopo poco tempo Valeria guarì completamente.
Il Corpo di Carlo al momento della traslazione su rinvenuto intatto ed ora coperto da una maschera in silicone riposa ad Assisi.
Carlo visse la sua sofferenza affidandosi a Dio. Era profondamente convinto che tutti noi siamo chiamati a diventare santi. Famosa è la sua frase “TUTTI NASCONO ORIGINALI MA MOLTI MUOIONO FOTOCOPIE”
Giuseppe Moscati è nato a Benevento il 25 luglio 1880. La sua famiglia era originaria di S. Lucia di Serino in provincia di Avellino. Il padre Francesco fu magistrato a Cassino, Benevento, Ancona e Napoli ma è rimasto sempre legato al suo paese di origine dove trascorreva le vacanze.
La madre fu Rosa de Luca dei Marchesi di Roseto, conosciuta dal padre quando lavorava a Cassino.
Giuseppe fu il settimo di nove fratelli. Nacque nel palazzo Andreotti -Leo a Benevento dove ora c’è una lapide ed una statua che lo ricorda.
Degli otto fratelli solo cinque raggiunsero la maggiore età, 4 fratelli ed una sorella Nina, che sarà sempre vicina al santo e ne condividerà le opere di bene. L’ultimo fratello Domenico, nato a Napoli, sarà anche sindaco di questa città.
Giuseppe fu battezzato il 31 luglio, festa di S. Ignazio di Loyola.
Nella fanciullezza di Giuseppe Moscai ci furono due incontri significativi a cui la famiglia era molto legata: Caterina Volpicelli e Bartolo Longo del quale diventerà medico quando Bartolo Longo si trasferì a Pompei.
Giuseppe, insieme alla famiglia, all’età di 4 anni si trasferì a Napoli per seguire il padre nei suoi spostamenti di lavoro. Nel 1902 la famiglia si trasferì a via Cisterna dell’olio 10, dove Giuseppe visse fino alla morte. Frequentò il ginnasio ed il liceo all’istituto Vittorio Emanuele ed ebbe tra i suoi insegnanti Giuseppe Mercalli. Nel 1897 si iscrisse alla facoltà di medicina dove si laureò nel 1903 con una tesi, con il massimo dei voti, su l’urogenesi epatica. Nello stesso anno in cui si iscrisse all’università morì il padre in seguito ad emorragia cerebrale.
Nel 1904 morì invece suo fratello Alberto che aveva riportato 12 anni prima un trauma cranico per una caduta da cavallo durante una parata militare. Giuseppe assistette il fratello durante la sua lunga degenza e forse fu questo a spingerlo verso la medicina a differenza dei suoi fratelli.
Conseguita la laurea, lavorò per 5 anni all’ospedale degli Incurabili e poi divenne assistente ordinario di chimica fisiologica, iniziando anche la ricerca scientifica.
In questi primi anni di lavoro come medico due episodi dimostrano subito sia la sua capacità professionale sia la dedizione per aiutare i malati e chi aveva bisogno.
Nel 1906 accorse in aiuto presso la sede degli Ospedali Riuniti di Napoli a Torre del Greco durante la violenta eruzione del Vesuvio che creò molti danni. Il suo intervento a liberare l’ospedale in tempo evitò vittime al crollo dell’edificio.
Nel 1911, durante l’epidemia di colera, invece fu incaricato dal Ministero di compiere ricerche al laboratorio dell’ispettorato della Sanità pubblica anche per suggerire mezzi idonei per combattere il morbo. Molte sue proposte furono realizzate,
Nel 1911 (a trentun anni) Moscati vinse il concorso, che non si bandiva da più di 30 anni, di Coadiutore Ordinario negli Ospedali Riuniti. Il prof. Cardarelli, che faceva parte della commissione esaminatrice, rimase stupito della preparazione di Moscati e lo ebbe carissimo per tutta la sua vita e suo medico curante.
Per la bravura dimostrata era sempre circondato da giovani medici che volevano imparare e gli fu conferita anche la libera docenza in Chimica Fisiologica.
Anche se oberato da intenso lavoro, Moscati accettò anche la direzione dell’Istituto di Anatomia patologica e divenne maestro anche nell’arte delle autopsie.
Nel 1914 morì la madre di diabete. Giuseppe nonostante le cure amorevoli non poté fare nulla per salvarla perché le cure erano praticamente inesistenti. Però quando nel 1922 l’insulina fu sperimentata sull’uomo, Moscati fu tra i primi ad usarla a Napoli per curare il diabete.
Allo scoppio della guerra nel 1915, mentre il fratello Eugenio partiva per il fronte, Giuseppe fece domanda di arruolamento ma non fu esaudito e fu invece destinato all’ospedale degli Incurabili per la cura dei soldati feriti. Moscati redasse diari e storie cliniche dei circa 3000 militari di cui si prese cura.
Nel 1918 doveva essere coperta la cattedra di Chimica Fisiologica rimasta vacante ma Moscati fece sapere che rinunciava alla nomina per rimanere nell’ospedale a curare i suoi pazienti e ad insegnare ai giovani medici che si riunivano intorno a lui. Dopo poco rinunciò completamente all’insegnamento accademico.
Nel 1919 ebbe la nomina di direttore della III sala uomini dell’Ospedale degli Incurabili.
Moscati continuò la sua attività di medico presso l’ospedale, di istruttore di giovani e di assistenza specialmente ai più bisognosi fino alla sua morte improvvisa il 12 aprile del 1927. Dopo aver come al solito partecipato alla messa e ricevuto la comunione, trascorse la giornata in ospedale; tornato a casa si sentì male verso le 15 ed in breve tempo spirò.
Sin qui le notizie biografiche della vita di Giuseppe Moscati. Bastano queste a definire anche la figura del santo che noi veneriamo?
Moscati fu certamente uno scienziato ed un medico dalla visione attenta e di grande preparazione. Ebbe però sempre la necessità di trasmettere la sua scienza ai giovani che intraprendevano la sua stessa professione.
Da una lettera al prof. Pentimalli leggiamo: “Ho creduto che tutti i giovani meritevoli avviatisi alla via della medicina nobilissima avessero il diritto di perfezionarsi leggendo in un libro che non fu stampato in caratteri neri su bianco, ma che ha per copertura i letti ospedalieri e le sale di laboratorio e per contenuto la dolorante carne degli uomini e il materiale scientifico, libro che deve essere letto con infinito amore e grande sacrificio per il prossimo. Ho pensato che fosse debito di coscienza istruire i giovani aborrendo dall’andazzo di tenere misterioso gelosamente il frutto della propria esperienza, ma rivelarlo a loro”
La sua spiritualità si manifesta come testimonianza di tanti della sua partecipazione giornaliera alla messa ricevendo l’eucarestia. Era molto devoto alla Madonna e invitava anche i suoi collaboratori ed ammalati alla stessa devozione. Si conserva nella chiesa del Gesù una statuetta della Madonna col bambino che lui teneva sul suo scrittoio. Faceva cospicue offerte per il culto della Madonna nelle chiese che frequentava. Da Bartolo Longo fin da bambino aveva imparato il culto e l’amore per la Madonna di Pompei. Famoso è un suo scritto “Come recito l’Ave Maria” in cui lega ogni frase della preghiera ad un’immagine della Vergine.
Davanti all’immagine della Madonna del Buon Consiglio nella chiesa delle Sacramentine fece voto di castità.
A testimonianza di molti la scelta della castità di Moscati non è stata una scelta per avversione alla vita coniugale o per desiderio di una vita libera dalle preoccupazioni di una famiglia. Infatti a tutti quelli che chiedevano consiglio suggeriva e spronava al matrimonio dicendo “considero il celibato un privilegio di pochi”. Scrive un suo allievo di cui fu compare di anello: “la ragione vera per cui non passò a matrimonio fu il suo intenso amore alla castità”.
Fu molto devono a S. Teresa del Bambino Gesù con la quale ebbe una grande affinità spirituale.
Moscati è descritto anche come grande, carissimo amico; ebbe molti amici sia credenti che non credenti e molti nomi sono ricordati come grandi celebrità specialmente di Napoli, ma non solo: Leonardo Bianchi, Pietro Castellino, Antonio Cardarelli, Benedetto Croce, Alfredo De Marsico, Giustino Fortunato.
In particolare si rivolse spesso a Benedetto Croce non per favori personali ma per risolvere penose situazioni.
Ma soprattutto Moscati fu un medico povero ed un medico dei poveri.
Nonostante le sue capacità d’ingegno, fama e posizione sociale, Moscati era un medico povero perché non era attaccato al denaro e dava ai poveri tutto ciò che aveva. Vestiva modestamente e la sorella pensava a procurargli l’indispensabile. Non usava carrozze, cavalli, automobili come molti dei suoi colleghi. Diceva a chi glielo faceva notare: “io sono povero, non ho la possibilità per i miei impegni di affrontare una spesa del genere”.
Moscati fu anche medico dei poveri.
Si raccontano molti episodi in cui lui ha restituito del denaro che gli era stato dato come ricompensa giudicando esagerato il compenso ricevuto e molto spesso lasciando interdetti i suoi ammalati.
Una volta tornando da Vico Equense si fermò a Castellammare perché sollecitato dai ferrovieri del treno a visitare un loro collega ammalato. Quando si accorse che tra i ferrovieri si faceva una colletta per pagarlo si avvicinò e disse: “poiché voi siete venuti in aiuto del vostro collega ammalato, anche io mi associo al vostro senso umanitario e contribuisco alla vostra sottoscrizione, in modo che il malato possa avere le sue medicine.”
Ovviamente ci sono tante altre “storie” raccontate tutte a sostegno di questa dedizione per i malati, specialmente i più poveri.
Giuseppe Moscati è stato proclamato beato da papa Paolo VI il 16 novembre del 1975 e proclamato santo da papa Giovanni Paolo II il 25 ottobre 1987. Infine il 22 aprile 2022 la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha proclamato San Giuseppe Moscati patrono “dei medici, infermieri e soccorritori del Sistema dell’emergenza territoriale 118 italiano, della medicina e chirurgia di emergenza nazionale”.
Paolo VI, durante la cerimonia di beatificazione descrisse Giuseppe Moscati in modo conciso ma completo: “Chi è colui che viene proposto oggi all’imitazione ed alla venerazione di tutti? c un Laico, che ha fatto della sua vita una missione percorsa con autenticità evangelica… È un Medico, che ha fatto della professione una palestra di apostolato, una missione di carità… È un Professore d’Università, che ha lasciato tra i suoi alunni una scia di profonda ammirazione… È uno Scienziato d’alta scuola, noto per i suoi contributi scientifici di livello internazionale… La sua esistenza è tutta qui”.
La festa liturgica è il 12 aprile, giorno della sua “nascita al cielo” ma viene celebrata il 16 novembre, perché spesso ad aprile ricorre la settimana santa. Il 16 novembre è anche il giorno della traslazione della salma nella chiesa del Gesù nuovo dove è ancora presente in un’urna sotto l’altare, nella navata destra.
Sull’urna sono scolpite tre immagini significative della vita di Giuseppe Moscati: a sinistra il professore in cattedra circondato dagli alunni, al centro conforta una mamma con il bambino in braccio, a destra accanto ad un letto di un ammalato.